Depeche Mode – Spirit

Google+ Pinterest LinkedIn Tumblr +

Non ho mai avuto un impatto così forte con l’ascolto di un album, com’è invece capitato con “Spirit”, quattordicesimo album dei Depeche Mode. L’ho ascoltato in auto, al lavoro, a casa, sotto la doccia… una cinquantina di volte circa e posso ancora dire che questa è la mia recensione bozza. Ho cercato di trovare ispirazione in altre recensioni, per capire cosa ne pensavano gli altri ma sono tutte recensioni divergenti: su 12 feed, in ognuno si può trovare un pezzo consigliato diverso, indice di una diversa preferenza e concezione dell’album. Ho provato a parlare con i fan: idem, stesso risultato… chi è entusiasta e chi è basito.

A questo punto, anche io – lo dico in quanto fan – sto messo peggio di prima, perché l’idea del primo ascolto (poi, devo dire la verità, sopita) è che si tratta di un album monotono, quando invece una tale varietà di considerazioni (album politico per alcuni, album rinunciatario per altri, bei testi per qualcuno, testi banali per altri, scuola di musica per alcuni, tutta roba già sentita per altri ancora) indica che comunque si tratta di un album poliedrico e con mille sfaccettature, che però non sono in alcun modo suggerite da Gahan & company, è l’ascoltatore che deve impegnarsi nella ricerca.

L’album è stato preannunciato dal singolo “Where’s the revolution?”, che a questo punto dobbiamo commentare necessariamente, perché da un punto di vista politico – la finalità di tutto il lavoro realizzatosi il 17 marzo è assolutamente argomentativa – risulta effettivamente debole: il testo non regge la finalità, chiunque altro abbia deciso di svegliare il mondo dal proprio sonno ha fatto di più e meglio; anche dal punto di vista musicale il pezzo non risulta avere la forza di altri airplay di lancio, come pure la ebbe Heaven del bello ma non indelebile Delta Machine. È però programmatico perché, ancora una volta, questa in maniera più decisa, i Depeche si sono messi in testa di cambiare le cose dal punto di vista musicale… è un album senza pezzi di grosso richiamo, con delle punte anche sublimi ma delicate. Non troveremo in quest’album nessun pezzone che possa passare alla storia perché sono le folle a cantarlo ma semplicemente la demolizione di un concetto di musica elettronica che non sta assolutamente bene a chi ha contribuito a far sì che questo tipo di musica diventasse “for the masses”, salvo poi non riconoscere più la deriva di questa massificazione. Il duo Gahan\Gore, con l’aiuto di James Ford, produttore di questo disco, decide di creare non un insieme di canzoni, ma una raccolta di campioni e samples che la musica dovrà utilizzare d’ora in poi, fregandosene dell’opinione dell’ascoltatore e provando a riprendere la stratificazione semplicemente di un concept artistico di base, partendo dal passato: sono infatti moltissimi gli elementi del sound di quest’album che riconosciamo in tutti i lavori della band di Basildon, sicuramente i primi dodici (uno a pezzo?); qui però l’asino casca, perché si ha moltissimo, troppo spesso, l’impressione di già visto, già sentito. Il pezzo iniziale, Going Bacwards, musicalmente sembra voler essere meno pretenzioso, dal punto di vista dell’ascolto, e più canonico ma resta comunque poco cantabile, come tutti i pezzi di quest’album… ma potrei smentirmi quando al concerto mi troverò a cantare pezzi come So Much Love e Going Backwards stessa. Ho sentito parlare di ballads ma io non ve ne ritrovo di vere e proprio. Ho letto di un album autorale ma io credo che, ancora una volta, sia un concept fortemente musicale, con richiami al passato (Construction time again, addirittura? Sicuramente c’è qualcosa di importante preso da Black Celebration, Ultra e Violator) ma che soprattutto realizza quella perfetta alternanza tra Gahan e Gore: il vecchio album era fortemente voluto e progettato da Dave, ed è infatti abbastanza simile ad Angels & Ghosts, realizzato dal frontman dei Depeche assieme ai Soulsavers; per capire questo progetto, invece, e considerare che esiste molto di più ostico alla routine del nostro orecchio e del nostro sentimento musicale, è consigliabile prima l’ascolto di MG, l’album solista del buon Martin Lee.

In tutto questo richiamarsi al passato per fare il nuovo, quasi a voler sbattere in faccia ai nuovi arrivati che qualunque wave, qualunque vapore, dovrà sempre prendere spunto da cose che loro avevano già fatto con assoluta innovatività e completezza, c’è un momento di Nirvana in questo lavoro: traccia numero 6, Cover Me, testo stupendo, musica stupenda, poi Ethernal che fa da lunga intro a Poison Heart, scritta – assieme a Cover Me – da Gahan e Gore insieme a Peter Gordeno. Se però dovessi consigliare un pezzo, traccia 1, Going Bacwards, poi da lì ascoltate tutto l’album, con molta attenzione.

Share.

Leave A Reply