Stregoni: storia di un linguaggio universale

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Qualche settimana fa nella solito giro sui miei blog di riferimento mi sono imbattuto in un articolo insolito su Bastonate. Era il diario di viaggio di un’esperienza che metteva insieme due temi che non sempre siamo abituati a trovare legati: la musica e i migranti. Questo progetto va sotto il nome di Stregoni, alla base di tutto c’è Gianluca Taraborelli, alias Johnny Mox, nome noto nella scena musicale italiana oltre che per i suoi lavori da solista anche per aver suonato la batteria nei Nurse! Nurse! Nurse! e per l’avventura insieme ai Gazebo Penguins che va sotto il nome di Santa Massenza. Johnny è partito dalla domanda tanto semplice quanto importante “Quanto conosciamo delle storie e della musica che arrivano nelle nostre città con i migranti?” da lì il processo non si è più fermato fino a portarlo a suonare in tutta Italia e non solo. Electro-tribalismo, hip hop, psichedelia, afro e gospel si fondono con la musica che risuona nella cuffie dei migranti respinti alla frontiera. Sul palco assieme a Mox e Above the Tree infatti ci sono di volta in volta musicisti di ogni estrazione e provenienza in un vero e proprio laboratorio-live di Stregoneria che ha girato l’Italia e l’Europa ed a breve un documentario di Joe Barba racconterà cosa è significato questo laboratorio musicale. Intanto noi abbiamo posto qualche domanda a Johnny per capirne di più:

RC) Si dice sempre, fino alla noia, che la musica è l’unico vero linguaggio universale, ma poi nella realtà un progetto come Stregoni è tanto semplice quanto rivoluzionario, un po’ come scoprire l’uovo di Colombo. Come è nata questa idea e questo progetto?

JM) Stregoni è nato da una spinta molto semplice: capire che cosa succede nelle nostre città, chi sono i ragazzi che arrivano in Italia e cosa fanno a pochi metri da casa nostra. Ci interessava entrare in contatto con queste persone e lo abbiamo fatto attraverso  l’unico linguaggio che davvero conosciamo bene: quello della musica. Stregoni si occupa di creare uno spazio aperto di confronto: è come apparecchiare la tavola. Da subito abbiamo ritenuto che una band tradizionale non bastasse per rappresentare i nostri intenti. Non ci sono membri fissi: in ogni città in cui siamo stati abbiamo suonato con persone diverse, circa 1300 in un anno tra Italia e Europa.

RC) Tra tutte le cose mi ha colpito il modo di affrontare il tema della nostalgia, visto in chiave negativa, in quanto rischio di rimanere arenati in un’idea di vita che non c’è più e che forse non è mai esistita. Ciò  a mio parere vale anche per noi italiani, molti dei quali refrattari all’accoglienza e impauriti dal fenomeno dei migranti, quindi combattere questa nostalgia è come lottare su due fronti o sbaglio?

JM) La nostalgia ha una forza dirompente. Non serve solo al marketing o alla politica. In Europa, così come in molte altre parti del mondo, questo sentimento minaccia la convivenza di gruppi diversi all’interno dello stesso territorio perché distorce la realtà.
Un tempo si trattava di una semplice distorsione del passato: oggi, data l’assenza di alternative e di ideologie, la nostalgia sta facendo a pezzi anche il presente e il futuro.
Non si tratta solo dei filtri di instagram, della retromania, di serie ultra-citazioniste come Stranger Things o di andare a vedere la reunion di vecchi rocker settantenni. La nostalgia agisce molto più in profondità, soprattutto in chi, come nel caso dei ragazzi che suonano con noi, ha dovuto affrontare una migrazione. 
Ci troviamo di continuo a combattere con la nostalgia degli europei, dei millennials che chiaramente vivono una fase di ripiegamento dato dall’impoverimento della classe media e con la nostalgia dei migranti, legata all’abbandono del proprio paese di origine ma soprattutto alla mancanza di una relazione vera con il presente in Italia, in Europa.

RC) Quali sono stati gli ostacoli maggiori e al contempo le cose che sono venute più facilmente nell’evolversi di Stregoni?

JM) La difficoltà è uno degli elementi più importanti del nostro progetto: ci teniamo sempre a chiarirlo prima di cominciare i live. Non sempre tutto funziona sul palco, a volte il ritmo zoppica, le voci sono tutte storte e non ci si riesce a capire. Ed è importantissimo che sia così: la difficoltà, rappresentata sul palco, assume un significato più profondo: stai vedendo con i tuoi occhi gente diversa con storie diverse che fatica a venirsi incontro. È dura, dev’essere dura, ma quando poi la porta si spalanca, la stregoneria diventa un’esperienza travolgente. In un momento molto preciso come quello che stiamo vivendo in cui la comunicazione è eternamente post-prodotta, ritoccata, in cui i dischi sono registrati perfettamente, le fotografie sono filtrate ad arte, l’errore ha un valore rivoluzionario.

RC) A proposito di musica, c’è una base comune sulla quale vi siete incontrati con i ragazzi provenienti da territori e tradizioni musicali diverse? C’è stato mai un artista che ha messo d’accordo tutti? Quando sono stato in Africa ad esempio, in Burundi, ricordo che gli autobus non avevano i numeri come in Italia,ma portavano i nomi dei rapper tipo “50 cent” o “Puff Daddy”.

JM) Musicalmente Stregoni si è rivelata un’esperienza importantissima: prima di tutto perché ci ha fatto conoscere cosa ascoltano realmente i ragazzi, spazzando via stereotipi e luoghi comuni. L’hip hop è il linguaggio musicale più diffuso, ma la varietà di musiche che abbiamo incrociato è infinita: i siriani sono molto legati alla musica tradizionale per esempio, in Pakistan e Afghanistan il sound delle tablas si mischia all’elettronica e al canto popolare. Abbiamo suonato con rapper, cantanti, percussionisti, suonatori di Kora, flautisti, producer elettronici, chitarristi e pianisti.
E’ un’esperienza potentissima che continua ad arricchirsi.

RC) Come siete riusciti a portare l’esperienza di Stregoni anche in tour al di fuori dell’Italia? L’accoglienza di questo progetto al di fuori del nostro territorio è stata diversa da quella italiana?

JM) Siamo stati in Francia, Belgio, Olanda, Germania, Danimarca e Svezia. il tour europeo diventerà un film per la regia di Joe Barba. Ovunque il tema dell’immigrazione è trattato con timore dalla politica, non c’è un paese in tutta Europa che abbia una posizione ferma: il risultato è sotto gli occhi di tutti e a farne le spese non saranno solo i migranti. Affrontare con una visione aperta questa questione garantirebbe un rilancio (demografico, economico) importantissimo per il nostro paese e per l’Europa intera.

RC) Ho letto in giro che avete coinvolto anche altri nomi del panorama musicale italiano come ad esempio i C+C maxigross a seguito dell’espandersi del progetto Stregoni. Son amici che hanno aderito al progetto o li avete contattati voi di vostra iniziativa?

JM) L’obiettivo di Stregoni è agire sulla struttura. Non ci interessa avere una band fissa che registra dischi, fa i tour etc etc. Stiamo creando un network che coinvolga musicisti e richiedenti asilo per portare il discorso ad un livello diverso: dare la possibilità ai ragazzi dotati di talento che abbiamo incontrato di proseguire con le proprie gambe utilizzando il nome, il logo di Stregoni. Quando nello stesso week-end avremo cinque diverse serate di Stregoni in cinque diverse città d’Europa avremmo raggiunto il nostro obiettivo. Molti musicisti stanno aderendo al network e sta per cominciare una nuova importante avventura.

RC) Qual è il quadro di questo paese che vi restituiscono i ragazzi con cui avete collaborato in questi progetti musicali?

JM) L’Italia, gli italiani sono lontani: restano sullo sfondo. Non è colpa di nessuno ma mi capita di continuo di avere a che fare con ragazzi che fisicamente si trovano a vivere in Italia, camminano per le nostre strade, ma hanno ancora la testa in Africa o in Asia. E il cellulare in questo caso è il vero e proprio cordone ombelicale che li tiene attaccati alla loro terra. Questo non succede solo ai richiedenti asilo, ci sono intere comunità (anche in città come Londra o New York) che non hanno mai realmente vissuto un processo di integrazione.  Integrazione è una parola ambigua. Come dice Žižek “Il mio ideale di convivenza è un grande palazzo in cui gente di ogni razza e religione si ignora, ma lo fa gentilmente, in modo molto tollerante. Poi magari nasceranno delle amicizie, degli amori, ma non può accadere in maniera forzata“.

RC) Il bello dei tour sono gli episodi surreali che i musicisti si trovano a vivere on the road. In questa esperienza di Stregoni è successo qualcosa di particolarmente strano o degno di essere raccontato e tramandato ai posteri?

JM) Ne abbiamo viste di tutti i colori: tre concerti in un giorno ad Amsterdam, una festa di fine Ramadam l’estate scorsa a Trento con 400 persone completamente in delirio. Molte cose le vedrete nel documentario.
Quello che però scherzando diciamo di continuo tra di noi è che ci siamo fatti molti, molti amici e che se oggi dovessimo partire per l’Africa in alcuni posti verremmo accolti con gli elefanti e con tutti le onorificenze che si tributano ai re e ai capi di stato. 

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