Richard il Pugile – Report e scaletta dal TOdays festival

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È la sera di Mayweather vs McGregor ma io sono con mio fratello ad un altro incontro. Todays Festival, Torino. Ecco Richard Ashcroft, il folle di Wigan al centro del ring. Di fronte ha il suo passato, la depressione, il peso di tutte le cose che ha cercato di dire*, le lotte con la sua testa, la droga, un pubblico dopo 7 anni dall’ultimo incontro. Mad Richard simula continuamente dei ganci veloci, destro e sinistro sul palco, la rabbia negli occhi mascherati dagli occhiali da sole, rimossi solo un paio di volte per usarli come plettro sulla telecaster, a favorire una neopsichedelia Verve dei primissimi anni ’90 (anche la formazione li ricorda, batteria basso e chitarra). Sì, di quegli anni qualcosa è rimasto, le ossa ad esempio. RA si presenta incredibilmente magro, tanto che un’amica mi dice di dubitare della sua salute e della sua tenuta sul palco. Non scherziamo, Mad Richard è proprio mad, ma nel senso arrabbiato del termine. Dal primo pezzo “Out of my body”, che live mostra un’altra pasta, dall’ultimo album, fino all’ultimo “Bittersweet Symphony”, balla, si agita, da un lato all’altro del palco è un fiume in piena. Certo, ha rasato i capelli, ha qualche anno in più, ma è così arrabbiato che tutto il resto passa inosservato. Quello che emerge è la voglia di suonare, di fare, di dire, di comunicare la propria presenza. Hold on, I feel like we are the only ones alive, come recita il singolo estratto da These People, suo ultimo lavoro.

Quando mio fratello mi fece conoscere i Verve io ero molto piccolo, ma è un legame che ci siamo portati dietro nel tempo, fino a qua. Non posso darlo per scontato, perché è chiaro che io abbia fatto il tifo per RA e questo non è nemmeno ininfluente nel giudizio, ma delle cose sono chiare ed oggettive. Rich ha ancora tanta voglia di scrivere, di parlare, nel senso di usare le parole come mezzo per arrivare al pubblico, non conta come: più volte durante la serata si concede a dei freestyle rap alla fine di molti brani, suonati tutti fino all’osso. Le parole sono dette con convinzione, sincerità. Ricordo una frase tipo “Faccio il cazzo che mi pare, non come fanno tutti gli altri figli di puttana”, mettendola in rima, in qualche modo. Come all’inizio di Sonnet, secondo pezzo della scaletta, da brividi, quando ha esortato noi pubblico a tenerci stretti, a goderci la musica stando insieme.
Devo dire che in questi anni ho ascoltato parecchi concerti, di basso medio e alto livello. Tra le voci maschili, nessuna che mi abbia impressionato più della voce di Richard Ashcroft. Precisa, graffiata al punto giusto, penetrante, massiccia. Quello che disse George Best a proposito dei trent’anni e del voler cantare come Rich Ash è ancora totalmente comprensibile e condivisibile. Adesso mi viene in mente Lucky man, un paio di volte dedicata durante i concerti proprio all’ex calciatore, è stato un altro colpo forte
alla mascella, eseguito molto bene e con lo spirito inconfondibile e spensierato di quel pezzo. Da Urban Hymns, di cui quest’ anno ricorre il ventennale, ricordato anche da RA sul palco, è stata suonata, anche Space and Time, riportandoci a sonorità anche più rudi dei primi Verve, quelle che ho amato fin da subito.

Tra i singoli precedenti di Ashcroft solista (album come Keys to the world, Alone with everybody, spesso ingiustamente dimenticati) più che degna di nota è stata A song for the lovers, la quale esecuzione è stata ovviamente accompagnata da basi con archi e tastiere. Allo stesso modo Music is power e le ballate Break the night with colour e Science of Silence, fino al primo singolo dell’ultimo album, “This is how it feels”.
Il momento acustico ha sicuramente contribuito alla magia della serata: RA dalla camicia bianca, sudati anche i bottoni, passa a una maglia che sembra improvvisata, con tutta probabilità presa dallo stand del merchandising con su scritto “’Cause it’s a
bittersweet symphony my life”, suona a grande sorpresa Check the meaning, da Human Condition, completamente spogliata e l’attesissima, The drugs don’t work, di cui è difficile parlare, più facile invece sentire la guancia bagnata, soprattutto per chi aspettava quel momento da tanto.
Finisce come deve, “I can’t change my mold, no, no, no, no, no, no, no”. Mad Richard ci saluta e ci ringrazia e mentre lo fa nella mia testa gli chiedo scusa, perché pensavo a un concerto più composto, non so perché, avevo quasi dimenticato la rockstar che è Richard Ashcroft. Invece eccolo lì, a fare rumore, a mostrare i muscoli nel vero senso di fare quel gesto sul palco. Il messaggio è chiaro, tipo: “Sono tornato, e vivo alla grande, stronzi.”

*Dal testo di Cast no shadow degli Oasis, dedicata al genio di
Richard Ashcroft.

di Antonio Di Vilio

Scaletta Richard Ashcroft
26 agosto 2017 – TOdays Festival, Torino
1. Out of My Body
2. Sonnet
3. This Is How It Feels
4. Space and Time
5. A Song for the Lovers
6. Science of Silence
7. Break the Night With Colour
8. Music Is Power
9. Lucky Man
Encore:
10. Check the Meaning (acustica)
11. The Drugs Don’t Work (acustica, finale con band)
12. Hold On
13. Bitter Sweet Symphony

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