Dunkirk – La Recensione

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Quanta importanza hanno le parole in guerra? E quanta ne hanno nel cinema?

Il cielo, riflesso nel mare, a cui dona colore, ci protegge? Possiamo aspettarci qualcosa dal cielo oppure è nella terra e nel mare, che idealmente confina col cielo all’orizzonte ma che fa da limite, in realtà, alla terra stessa, che possiamo trovare giovamento ai nostri mali?

E, tornando alla domanda del primo capoverso, è lecito domandarsi ed esprimere a parole quanto di cui al secondo?

Il cinema è linguaggio a sé, i dialoghi possono solo distrarre dalla completa fruizione del prodotto filmico; non così la musica o qualunque altro tipo di suono che non sia la parola scandita. Allo stesso modo, in guerra le parole – come il cielo, il mare e la terra –  contano poco quanto niente, nulla sono al confronto dei rumori delle bombe e dei loro effetti sui luoghi e soprattutto sulle persone su cui deflagrano. Questo è quanto sembra voler suggerire Nolan in Dunkirk, con una precisazione: vedere la guerra dal grande schermo non equivale a viverla; lo sguardo dello spettatore – e così pure quello della camera – non sarà mai uguale a quelli dei soldati, delle vittime e dei sopravvissuti; così il regista delega il racconto delle emozioni, fuori dalla cronaca, ad Hans Zimmer, autore della colonna sonora e di un’opera che potremo definire fondamentale nel campo del sound design in ambito cinematografico, data la focalizzazione del compositore tedesco sull’esplorazione delle illusioni auditive, in particolare della scala Shepard (per intenderci, quella che permetteva a Bach di progredire con il suono, anche in crescendo, per poi tornare praticamente all’inizio senza che l’ascoltatore se ne accorgesse).

La storia che il trentasettenne regista inglese  filma in 109 minuti la conosciamo e non teme spoiler: è una visuale sull’Operazione Dynamo, che permise l’evaquazione di circa 400.000 soldati inglesi e francesi dal Perimetro di Dunkerque, dopo la battaglia persa nella stessa città, culminata con l’assedio tedesco e la strenua difesa anglo-francese; una ritirata sofferta, prima provata con le imbarcazioni militari, puntualmente bombardate dalla Luftwaffe, anche a causa di una Raf assente ed impreparata, poi portata a compimento dai cacciatorpedinieri civili britannici, ben coperti, stavolta, dagli aerei di Sua Maestà, nonostante siano riusciti a condurre a termine la missione solo i due terzi delle imbarcazioni impegnate, seppur con un successo dieci volte maggiore di quello sperato da Churchill, in termini di uomini almeno, perché l’equipaggiamento militare perso in quella parte della campagna di Francia non venne più recuperato e la guerra su quel fronte proseguì con la definitiva conquista Tedesca; il resto della storia lo sappiamo e sarebbe diverso se Hitler non si fosse intromesso, imponendo il bombardamento aereo (sapeva che gli inglesi avevano l’abitudine di recuperare i soldati via mare per poi spostarli su altri fronti) invece che chiudere la battaglia via terra, come i suoi generali volevano… ma ciò non è accaduto e non traspare nella trasposizione cinematografica nolaniana che invece vuol decisamente occuparsi solo del finale, e lo dichiara fin dall’inizio, in una progressione disperata dell’operatore dall’oltretrincea verso il mare, inteso come una liberazione che pare non arrivare mai.

Christofer Nolan, in questa regia, recupera il rapporto col tempo, così tanto esplorato e mal gestito in Interstellar, nonché tematica fondamentale delle sue regie e dei suoi montaggi in Memento ed Inception. La telecamera, in assenza di dialoghi (sovente relegati ai due capitoli secondari e non a quello principale, che si svolge sulla spiaggia francese) si sofferma sugli sguardi dei soldati, fondamentali nella spiegazione della tragedia, in una reminiscenza di Eisensteiniana memoria, usata in maniera esponenziale. Le parole, i nomi contano così poco che il personaggio di Cillian Murphy nemmeno ce l’ha un nome (gli viene chiesto, non risponde mentre altri personaggi lo biascicano) ma il suo sguardo è forse il più eloquente di tutto il film. I suoni rimbombano nelle orecchie, invece e non solo quelli delle bombe e degli spari, perché lo spettatore è spesso sottoposto ad un bombardamento di toni musicali (possiamo davvero definirli così o dobbiamo parlare di esposizione sonica, pluritonale e plurifase del rumore?) che creano spaesamento ed aberrazione. La cinepresa è spesso inserita in contesti, talmente vicini all’azione, da proiettare lo spettatore verso l’angoscia dei protagonisti, con l’attenzione a non sfondare la quarta parete (almeno mai troppo… perché forse lo fa all’inizio, seguendo da dietro la fuga di Tommy, al secolo Fionn Whitehead, ancora fuori dal Perimetro e beccandosi gli spari che non raggiungono lui?). La tecnica dei capitoli spezzati è ben congegnata e appassiona lo spettatore, sballottato minuto per minuto, tra Mare Molo e Cielo, le tre storie dichiarate del racconto, che ovviamente vanno ad intersecarsi sempre di più, via via che si va verso il finale.

Viene, in Dunkirk, stabilita una nuova frontiera del film di guerra, secondo alcuni tratti già ben stratificati per il Soldato Ryan e da Malick, recuperando un’idea di combattimento aereo che poco ricorda i film di guerra recenti, molto si distacca dall’eroismo puramente estetico in stile Top Gun e, soprattutto, fa tesoro di quanto stilizzato da George Lucas nel primo Guerre Stellari, con in più il merito del naturalismo che è proprio del cineasta britannico, ormai al suo decimo film, nono per soggetto (di Insomnia curò solo la regia). L’utilizzo di effetti speciali e computer grafica è ridotto allo stretto necessario ed arriva fortemente al pubblico la praticità negli risultati raggiunti in assenza di ritocco informatico, in particolar modo per quello che riguarda gli spari e la gestione degli spazi angusti, lì dove la scenografia elettronica avrebbe potuto facilitare il lavoro degli operatori, a discapito dell’arte, sia ben chiaro. Nella trasposizione di Dunkerque, Nolan ancora una volta si dimostra assolutamente personalistico, triplicando il proprio sguardo e facendo sì che la propria “superiore ottica” si divini una e trina, sacrificando in tal modo tutto quello che immaginiamo sui film di guerra sull’altare dell’esecuzione e della tecnica registica. E, gli va dato atto, lo fa magistralmente, riuscendo nell’intento di fare un war-movie diverso, nuovo e totalmente suo.

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